Recensione Il processo ai Chicago 7: il capolavoro civile di Aaron Sorkin
- Sceneggiatura brillante e incalzante firmata Aaron Sorkin
- Prova d'attore straordinaria di Sacha Baron Cohen e Mark Rylance
- Un dramma giudiziario potente e straordinariamente attuale
Indice Articolo
Brividi. È questa la prima nettissima sensazione che si prova non appena scorrono i titoli di coda de Il processo ai Chicago 7, una delle opere più incisive, vibranti e cinematograficamente appaganti entrate a far parte del catalogo di Netflix. Diretto e scritto da uno dei più grandi maestri della drammaturgia americana contemporanea, Aaron Sorkin, il film ha saputo conquistare la critica internazionale accumulando ben 6 candidature alla 93esima edizione degli Academy Awards, come abbiamo ampiamente raccontato nella nostra guida alle nomination agli Oscar 2021.
Sotto una facciata da classico legal drama di matrice hollywoodiana, la pellicola nasconde un cuore pulsante di pura passione politica e civile. Un’opera che riesce nell’impresa di trasformare verbali processuali, arringhe di avvocati e nozioni storiche in uno spettacolo visivo e intellettuale dal ritmo travolgente, capace di scuotere le coscienze anche a distanza di oltre cinquant’anni dagli eventi narrati.
La trama: l’agosto del 1968 e la frattura culturale di una nazione
La vicenda si apre negli caldi ultimi mesi degli anni ‘60. Durante la Convention Democratica di Chicago del 1968, diversi gruppi di protesta giovanile e pacifista convertono verso la città con l’obiettivo di manifestare contro la sanguinosa guerra del Vietnam e contro le politiche dell’amministrazione statunitense. Tra i leader dei movimenti spiccano le figure di Abbie Hoffman e Jerry Rubin (fondatori degli Yippies), Tom Hayden e Rennie Davis (esponenti della Student Socialists SDS), David Dellinger (pacifista radicale) e Bobby Seale, co-fondatore delle Pantere Nere.
Quella che doveva essere una dimostrazione civile e pacifica si trasforma in una settimana di scontri feroci e sanguinosi con le forze dell’ordine e la Guardia Nazionale. Un anno dopo, il dipartimento di giustizia guidato da John N. Mitchell decide di rivalersi sui presunti istigatori, rinviando a giudizio otto leader della protesta con l’accusa di cospirazione e incitamento alla rivolta.
Nasce così il processo d’impianto politico più famoso d’America. Ben presto, la corte presieduta dal reazionario e palesemente di parte giudice Julius Hoffman diventa l’arena di uno scontro ideologico generazionale: da una parte un sistema di potere spaventato dal cambiamento e arroccato sulle proprie convinzioni, dall’altra una gioventù disposta a tutto pur di denunciare l’assurdità del conflitto bellico.
La scrittura di Aaron Sorkin: dialoghi come armi e ritmo serrato
Se c’è un elemento che eleva la pellicola a vertici d’eccellenza, è senza dubbio la straordinaria scrittura di Aaron Sorkin. Già premio Oscar per The Social Network e maestro indiscusso del dialogo veloce e sovrapposto, Sorkin firma una sceneggiatura priva di tempi morti, in cui ogni singola frase è un fendente di rutilante intelligenza.
Il film non si limita a ripercorrere l’aula di tribunale, ma intreccia in modo dinamico i flashback degli scontri di piazza con i backstage delle strategie difensive. La contrapposizione intellettuale tra il pragmatismo riformista di Tom Hayden e la provocazione teatrale e rivoluzionaria di Abbie Hoffman costituisce l’asse portante del film. Sorkin dimostra che il cinema d’inchiesta e il processo politico possono essere anche divertenti, pungenti e colmi di un’ironia amara che sfocia nella tragedia ordinaria.
Un cast corale monumentale: da Sacha Baron Cohen a Mark Rylance
Un testo così denso necessitava di interpreti di levatura eccezionale, e il cast de Il processo ai Chicago 7 non delude le aspettative. Tra tutti spicca la monumentale prova di Sacha Baron Cohen nel ruolo dell’attivista Yippie Abbie Hoffman. Candidato con merito all’Oscar come miglior attore non protagonista, Cohen regala una performance sfaccettata, dove la verve comica e sfrontata maschera una lucidità politica e filosofica profonda.
Accanto a lui, un eccellente Eddie Redmayne incarna la compostezza formale di Tom Hayden, mentre Mark Rylance, nei panni dell’avvocato difensore William Kunstler, offre un’interpretazione magistrale per misura, umanità e tenacia. Inquietante e memorabile è anche la figura del giudice Julius Hoffman, interpretato da un gelido Frank Langella, perfetto simbolo dell’autoritarismo cieco. Impossibile poi non citare Yahya Abdul-Mateen II nel ruolo di Bobby Seale: la scena drammatica in cui viene imbavagliato e incatenato in aula rappresenta uno dei punti di massima tensione ed emozione di tutto il film.
Montaggio e comparto tecnico: il ritmo della storia
Oltre alle interpretazioni, gran parte del merito della riuscita del film va ascritto al montaggio firmato da Alan Baumgarten. Capace di coordinare materiale d’archivio reale, riprese degli scontri e le concitate sessioni di dibattimento in tribunale, il montaggio ritmico della pellicola dona un’energia quasi thriller a un racconto che si svolge prevalentemente in interni.
La fotografia curata da Phedon Papamichael restituisce un’atmosfera d’epoca autentica e mai polverosa, virando su toni caldi ma realistici, perfetti per evidenziare il contrasto tra l’oscurità formale dell’aula giudiziaria e la luce caotica delle strade di Chicago. Ad accompagnare il tutto troviamo la colonna sonora di Daniel Pemberton, misurata e sempre al servizio del crescendo drammatico.
Un messaggio universale: “Tutto il mondo ci guarda”
“The whole world is watching!” (Tutto il mondo ci guarda) è lo slogan che risuona a più riprese nel corso del film. Una frase che scavalca i confini temporali del 1968 per rivolgersi direttamente agli spettatori di oggi. Aaron Sorkin ha il grande pregio di non girare un film nostalgico sugli anni ‘60, ma di utilizzare il passato come uno specchio critico del presente.
Le tematiche del diritto di protesta, dei pregiudizi razziali nelle corti di giustizia, dell’abuso di potere da parte delle forze dell’ordine e della manipolazione politica della legalità sono purtroppo questioni ancora drammaticamente aperte nella società contemporanea.
Giudizio finale di RecensioneDigitale.it
Il processo ai Chicago 7 è un’opera d’arte civile imprescindibile. Un film capace di far ridere, indignare ed emozionare fino alle lacrime nell’intenso finale. Aaron Sorkin si conferma un autore unico nel panorama hollywoodiano, in grado di trasformare la parola parlata in puro spettacolo cinematografico. Due ore di grande cinema che scivolano via con una rapidità e una potenza emotiva rare: un viscerale consiglio di visione per chiunque ami il cinema che fa pensare.
Galleria Fotografica




PRO
- Prestazioni solide ed eccellente usabilità nel quotidiano
- Rapporto qualità/prezzo competitivo nella sua categoria
CONTRO
- Alcuni compromessi materiali da tenere in considerazione
Domande frequenti
Dove è possibile guardare Il processo ai Chicago 7?
Il film è presente in esclusiva nel catalogo streaming di Netflix, fruibile anche in alta definizione 4K HDR.
Il film racconta fatti realmente accaduti?
Sì, la pellicola ricostruisce il celebre e drammatico processo del 1969 a otto attivisti contro la guerra del Vietnam accusati di cospirazione dal governo statunitense.
Quali riconoscimenti ha ottenuto la pellicola?
Ha ottenuto 6 nomination agli Oscar 2021, tra cui Miglior Film, Miglior Sceneggiatura Originale e Miglior Attore Non Protagonista per Sacha Baron Cohen.
Chi fa parte del cast di Il processo ai Chicago 7?
Il cast corale comprende attori del calibro di Sacha Baron Cohen, Eddie Redmayne, Mark Rylance, Frank Langella, Joseph Gordon-Levitt e Yahya Abdul-Mateen II.
Autore
Redazione
Redazione
Il gruppo di lavoro che realizza test, guide e aggiornamenti della testata. Ogni articolo è firmato dalla redazione e sottoposto al protocollo editoriale descritto in "Come testiamo".